Le strategie di oggi per guadagnare facile con le opzioni e il Forex

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Sommario tecnico ore 11

Chi si è concesso un giorno di pausa ieri non si è perso granché. Nella sua seconda uscita ufficiale da governatore della Federal Reserve, Janet Yellen non ha contribuito a fornire particolari scossoni al mercato. Chi come noi aveva puntato su un nulla di fatto ci ha visto giusto: infatti, nonostante sia leggermente variata, con voto unanime, la guidance della FED incorporando una revisione al ribasso delle stime di crescita dell’economia americana al fine di proseguire nel tapering, il trim (letteralmente “spuntatina”) di 10 miliardi di dollari è un segnale ampiamente scontato dai mercati.

Ancora una volta quindi, nessun particolare sconvolgimento: nulla di fatto sul fronte occidentale! Da questa parte dell’atlantico, complici le festività e dati sull’inflazione che abbiamo già commentato come leggermente inferiori alle attese, ma tutto sommato in linea con le proiezioni di medio termine della BCE, i mercati sono rimasti poco mossi.

 

Market Movers

Alle 9:55 il PMI manifatturiero tedesco atteso rispetto al dato precedente a 54.2 che dovrebbe eguagliare il risultato positivo dell’indice IFO della settimana scorsa.

Pomeriggio caldissimo negli Stati Uniti dove alle 14:30 terranno banco i dati su non farm payroll attesi in aumento a 203mila unità rispetto al precedente a 192mila, ma soprattutto il dato sul tasso di disoccupazione atteso in diminuzione a 6.6% rispetto al precedente a 6.7%.

 
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EURUSD

Per chi aveva creduto nel grande bluff di metà settimana, un’amara notizia: era solo volatilità. Certo che con il senno di poi sono piene le fosse, ma nonostante i dati su inflazione e occupazione USA siano riusciti a spostare sensibilmente il mercato, la conclusione è che i bassi volumi e l’impatto momentaneo delle notizie macro uscite non sono riuscite a dare direzionalità al mercato. Dal punto di vista tecnico il trend di medio periodo rimane rialzista, e in assenza di particolari dati in mattinata, l’attesa è per una lateralizzazione. Tuttavia l’attenzione è completamente concentrata sul pomeriggio a stelle e strisce che influenzerà sicuramente il mercato.


USDJPY

Nulla di fatto pure in estremo oriente dove lo Yen giapponese permane ben ancorato nel suo trend laterale tra 102 e 102.50. Chiusa nelle prime ore di oggi la sessione di contrattazioni nel Sol Levante dove l’indice Nikkei della borsa di Tokyo ha fatto registrare un 0.19% con segno meno, l’indebolimento dello Yen ha riportato i prezzi in zona 102.50. Tuttavia, fino al pomeriggio non sono previsti particolari scossoni.


NZDUSD

Soddisfazioni arrivano invece dalla Nuova Zelanda dove il kiwi fa registrare i massimi relativi della settimana come avevamo sottolineato a metà settimana. In assenza di market mover particolari l’ha fatta da padrona il carry trade e i buoni dati cinesi e australiani usciti in questi giorni, oltre che ovviamente una generalizzata debolezza di dollaro. L’attesa è comunque per una lateralizzazione anche in questo caso fino al pomeriggio, anche se è prevedibile che i dati americani influenzino il kiwi meno che i cambi europeiore intorno a 0.8560. Attesa quindi per i dati americani anche sul fronte pacifico.


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Per chi avesse ancora interesse a leggere :

Alla fine di questo primo trimestre 2014, la maggior parte dei principali mercati azionari rimane incerta. A cinque anni dall’avvio della loro ripresa post 2008, i mercati azionari sembrano in affanno, preoccupati dalle tante incertezze: la minaccia riguardo ai livelli di liquidità globale disponibili, le pressioni deflazionistiche a livello mondiale, l’inasprirsi delle tensioni politiche nell’Europa orientale, la debolezza economica nel mondo emergente, nell’Eurozona e anche negli Stati Uniti. C’è motivo di considerare la situazione con un certo distacco: mentre il trauma dei rischi sistemici si sta risolvendo, la maggior parte dei mercati ha avuto tutto il tempo necessario per correggere gli eccessi. Non è più il momento delle palesi anomalie nelle valorizzazioni di mercato che hanno consentito, pur al prezzo di una grande concentrazione dei rischi, i formidabili percorsi di investimento dello scorso anno. Tuttavia oggi, a nostro avviso, continua a essere sottovalutato un fattore decisivo: la dinamica dell’economia americana, i cui indicatori sono stati offuscati dall’ondata di freddo che, quest’inverno, ha colpito la costa orientale. Il loro rimbalzo porterà conseguenze notevoli sui mercati azionari, sulle valute e sui tassi d’interesse.

Dopo il suo breve ristagno a fine 2012 (dovuto all’uragano Sandy), l’economia USA ha nuovamente mostrato la propria resilienza nel 2013 riuscendo a stroncare l’aumento della pressione fiscale: il ritmo della crescita annua del PIL ha accelerato in maniera costante, partendo da un ritmo dell’1,3% a inizio anno per arrivare al 2,6% del quarto trimestre. Nel 2014, l’eccezionale inverno che ha colpito la costa orientale, ha creato una cortina di fumo che non deve far dimenticare che, da sola, la riduzione della pressione fiscale farà guadagnare un punto di crescita su un anno. Gli analisti continuano a rivedere al rialzo le stime sui risultati aziendali, che per ora mostrano una crescita di circa il 9% per quest’anno. La fiducia delle famiglie, che hanno proseguito il loro disindebitamento, ha toccato i live! lli massimi post-crisi, e negli ultimi tre mesi i prestiti bancari hanno ripreso il cammino della crescita a un ritmo dell’8-9% annuo. Nel mese di marzo, inoltre, le vendite di auto sono aumentate di quasi il 6% mentre l’indice ISM manifatturiero ha segnato un lieve rialzo, in particolare con nuovi ordini in aumento dello 0,6%. Pur non essendo di per sé spettacolari, questi dati confermano uno scenario di crescita solida. In un tale contesto, proseguirà la normalizzazione della politica monetaria statunitense, che difficilmente potrà evitare qualche momento di tensione sul rendimento dei Titoli di Stato. Giustificherà anche un rinnovato sostegno al dollaro.

L’allontanamento del rischio sistemico nella zona euro ha alimentato, da giugno 2012, un rimbalzo dei mercati azionari europei di oltre il 40%. In modo del tutto logico, sono stati i titoli corporate maggiormente a sconto (ossia i più rischiosi), ad aver beneficiato di questo audace e spettacolare rimbalzo. In modo alquanto logico i titoli pregiati ma fortemente valutati sono stati meno favoriti da questo rialzo. Il ritardo nel ciclo economico dell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti continua a nutrire le speranze di un recupero (i risultati delle imprese in Europa sono aumentati solo del 10% dai minimi della crisi, mentre negli Stati Uniti sono già raddoppiati). Nonostante ciò, Il contesto economico resta debole: le stime dei risultati delle imprese dell’Eurozona, a differenza degli Stati Uniti, sono state a! ncora riviste al ribasso dagli analisti nel primo trimestre. Pertanto, una preferenza indifferenziata per i titoli sensibili al ciclo economico non ci sembra opportuna allo stato attuale.

L’Italia rappresenta uno dei rari tentativi di sfuggire all’isteresi europea se il programma economico di Matteo Renzi, completo e radicale al contempo, verrà attuato rapidamente. In tal senso, è significativo che nel primo trimestre il mercato azionario italiano registri di gran lunga la performance migliore rispetto ai principali mercati europei. Tuttavia, contrariamente al consenso generale (e alla BCE), riteniamo che il ritmo dell’inflazione dell’Eurozona non stia per riprendere.

Non solo il ritmo dell’inflazione potrebbe calare ulteriormente in Italia e in Spagna, ma anche il ciclo di disinflazione avviato in Francia, Germania e Paesi Bassi ci sembra sottovalutato.

Prima o poi la BCE dovrà intervenire, conformemente al proprio mandato di stabilizzazione dei prezzi. Ciò rappresenterà un sostegno supplementare per i mercati del credito e i Titoli di Stato periferici, nonché un fattore di indebolimento per l’euro. Il nostro posizionamento rispecchia chiaramente questa prospettiva.

Da inizio anno, gli investitori (e anche noi già da gennaio) hanno realizzato una parte degli ampi profitti maturati nel 2013 sul mercato azionario giapponese (l’indice Nikkei registra un calo del 7% nel trimestre), preferendo osservare con cautela l’impatto dell’aumento dell’IVA sui consumi, previsto in aprile. Le autorità giapponesi sono perfettamente consapevoli di questa sfida, avendo ancora scolpito nella memoria il ricordo del 1997, quando una misura simile aveva frenato la ripresa economica. Tuttavia, l’inerzia dimostrata da diversi mesi mette a dura prova la pazienza degli investitori e la Banca del Giappone dovrebbe avere il buon senso di intervenire con decisione qualora la dinamica economica del paese iniziasse effettivamente ad allontanarsi dal percorso intrapreso un anno fa. Nel contempo, è ! comunque da rilevare che i dipendenti di Toyota, Honda e Toshiba hanno ricevuto nel primo trimestre il loro primo aumento di stipendio dal 2008, e che Toyota ha appena annunciato un ingente programma di acquisto di azioni. Al contrario del consenso sui mercati europei, lo scetticismo generale sulla ripresa dell’economia nipponica ha comunque il vantaggio di offrire ancora diversi titoli di qualità sempre sottovalutati. Approfittiamo perciò della debolezza del mercato per rafforzare le nostre posizioni.

Gli investitori restano fortemente scettici riguardo alla volontà delle autorità cinesi di cogliere la straordinaria sfida di guidare con successo la transizione verso una crescita più debole e meglio equilibrata. L’eccesso di capacità, l’ampiezza dello “shadow banking”, i vincoli ambientali sono tutti ostacoli che giustificano la sfiducia degli investitori. Il mercato delle azioni H registra così, nel primo trimestre, un calo del 7%. La nostra convinzione è che a queste sfide formidabili corrisponda anche il riconoscimento senza precedenti da parte delle autorità cinesi dell’esigenza di affrontare con risolutezza le necessarie riforme strutturali. Dovranno essere lente, adeguate a ciò che l’economia cinese può sopportare senza scivolare in un eccessivo rallentamento (il governo cinese in tal sen! so ha appena confermato diverse misure a sostegno dell’economia). La prerogativa dell’economia cinese, al riparo dai mercati di capitali strettamente controllati e da un tasso di risparmio superiore al 50%, è di non essere ostaggio dell’impazienza dei mercati. Nonostante questa convinzione, abbiamo continuato a ridurre l’esposizione globale alla crescita cinese, in quanto l’attuazione di questo significativo ribilanciamento continuerà a nostro avviso a suscitare dubbi sulla sostenibilità della crescita e a sottovalutare i relativi asset. Permane tuttavia la nostra fiducia nei confronti di diverse imprese, molto ben gestite e capaci di alimentare la loro crescita di lungo termine sull’inevitabile mutazione dell’economia cinese.

La capacità di rimbalzo dell’economia statunitense continua a rappresentare una delle migliori polizze assicurative contro le pressioni deflazionistiche globali. Forte della sua reindustrializzazione, l’economia statunitense non fungerà tuttavia da potente locomotiva per gli altri paesi, se questi non sapranno darsi i mezzi per farsi trainare. Il Giappone ha già dato segni della propria determinazione. Ora, deve confermarli. I paesi emergenti si affacciano a questa opportunità in maniera discordante (il recente indebolimento del renminbi è da questo punto di vista abbastanza illuminante riguardo alle intenzioni cinesi). Infine, l’Europa deve assolutamente dotarsi di una moneta più competitiva per non rischiare di perdere il treno.


STRATEGIA DI INVESTIMENTO

Valute: il dollaro statunitense sempre privilegiato

Le dichiarazioni di Janet Yellen, a seguito dell’ultima riunione del comitato di politica monetaria della Banca Centrale americana, hanno contribuito a un nuovo rialzo del dollaro sullo sfondo di un aumento dei tassi. La nostra allocazione globale che privilegia il biglietto verde è stata rafforzata, tanto più che a fine mese il Presidente della Bundesbank accennava alla possibilità di attuare una politica di allentamento quantitativo, creando così le condizioni per un calo dell’euro. Il tasso di cambio della moneta unica è attualmente sotto attenta osservazione da parte della BCE, come è stato sottolineato dal Presidente Mario Draghi in occasione della sua conferenza stampa, dato l’impatto sull’inflazione e l’obiettivo di stabilità dei prezzi.
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